Reggio Calabria
 

Macché forze dell’ordine! A Reggio Calabria l’ingegnere minacciato si rivolge alla ‘ndrangheta per avere protezione

intercettazioni19aprdi Claudio Cordova - Ancora una volta la borghesia reggina sceglie da che parte stare. Quella della 'ndrangheta. La fama criminale di Pietro Toscano e Antonio Laurendi, indagati nell'inchiesta "Cassa continua" per appartenenza alla potente cosca Labate, avrebbe spinto comuni cittadini a rendere loro favori di ogni genere, così da accreditarsi per ottenere la loro protezione o il loro intervento in sostituzione della polizia. L'8 ottobre 2017, tale ing. Criaco, si sarebbe presentato presso la sede della Croce Granata (agenzia di pompe funebri al centro dell'inchiesta dei pm Stefano Musolino e Diego Capece Minutolo) per chiedere a Pietro Toscano di intercedere presso una persona, tale Peppe Bullace, che lo aveva gravemente minacciato.

Pietro Toscano è considerato promotore, dirigente ed organizzatore dell'associazione criminale, con compiti direttivi ed organizzativi. Antonio Laurendi, suo stretto collaboratore lo avrebbe coadiuvato nei compiti direttivi ed organizzativi, dando indicazioni operative agli altri associati.

Il professionista era molto preoccupato per la situazione che si era venuta a creare, temendo finanche che Bullace potesse spararlo. In cambio della protezione l'ing. Criaco si metteva a . disposizione per il rilascio di-autorizzazioni-e licenze in vista -dell'apertura della nuova ditta "Croce Amaranto", sebbene non sia specificato se detto apporto consistesse nella intercessione presso i pubblici uffici o nella presentazione di elaborati tecnici. Sin dalle prime battute captate dai carabinieri si comprenderebbe come l'Ing. Criaco si fosse recato da Pietro Toscano appositamente per chiedere il suo intervento, circostanza di per sé indicativa dell'influenza che lo stesso esercitava nel rione Gebbione. Ed infatti, l' ing. Criaco, all'ingresso nel locale, su domanda di Toscano ("Come andiamo?"), senza nulla aggiungere, iniziava direttamente a raccontargli l'accaduto ("Succedono cose che uno poi non sa come reagire ...). 

L'ingegner Criaco aveva predisposto un progetto per Giuseppe Bullace, proprietario di un' autofficina, da presentare al Comune, ricevendo quale corrispettivo la somma di euro 3.000,00, sebbene l'importo richiesto fosse di euro 9.000,00 ("Io allora gli ho preso tremila euro ma me ne doveva dare almeno nove mila"). Tuttavia, a causa di un ritardo nella presentazione della pratica imputabile esclusivamente a Bullace, il Comune aveva rigettato la richiesta di rilascio del permesso di costruire. Per tale motivo Bullace esigeva che l' ing. Criaco gli restituisse la somma corrispostagli a titolo di onorario.

Il professionista riferiva a Toscano che Bullace quella stessa mattina lo aveva minacciato, chiedendogli di farsi trovare a Piazza De Nava ("Stamattina mi ha minacciato"; "Eh... dice "no mi dovete restituire i soldi"; "Eh..mi ha detto "mi stai prendendo per il culo, ti riempio di botte" "dove sei?"" a Piazza de Nava". Prendo la macchina e vado a Piazza De Nava, ho girato lì in macchina, praticamente non l'ho visto"). Criaco temeva finanche che Peppe Bullace si potesse presentare all'appuntamento armato di pistola ("Certo mi sono guardato... che non avesse un 'ferro" addosso...hai capito?").

Una volta ultimato il racconto, l' ing. Criaco ribadiva il motivo della sua visita ("No, io mi son fermato, ho visto aperto.. Più che altro mi son fermato per chiederti"). Senza neanche aspettare che il suo interlocutore finisse di parlare, Pietro Toscano lo rassicurava ("No, non ti preoccupare"), dicendogli che avrebbe informato della situazione anche Antonio Laurendi ("Tanto ora parlo con Totò.."). Quasi come a rimproverarlo per essere stato troppo remissivo, Pietro Toscano spiegava all'ing. Criaco come avrebbe dovuto reagire alle minacce di Bullace. In particolare, alla richiesta di restituzione del denaro, l' ing. Criaco avrebbe dovuto prendere di petto Bullace, chiedendogli di riprendersi tutta la documentazione sul permesso di costruire ed avvertendolo del fatto che anche lui aveva "amici", con ciò facendo chiaramente riferimento a soggetti attigui alla criminalità organizzata ("gli devi dire "...inc... libero tu domani mattina, vieni con me perchè io non ho bisogno di trovare scuse, devo andare a fare questo la... Vieni con me, se non.., se pensi che sia una scusa, ma non perchè, mi hai minacciato, mi hai fatto, vieni, vedi quello che devo fare, dopodichè andiamo in ufficio, ti prendi quello che ti devi prendere, se vuoi restare con me amico resti , sennò io me ne fatto tre cazzi.. e non ti permettere di minacciarmi più perchè come hai amici tu ce li ho anch'io hai capito? Ammazzi di botte...inc... quanto lo picchia una persona").

A questo punto, con atteggiamento tipico ndranghetistico, Pietro Toscano chiede informazioni su questo Bullace, così da poterlo individuare e mandargli un messaggio di avvertimento ("si chiama Peppe Bullace , ed ha la carrozzeria dici no?"). Toscano ribadisce che avrebbe coinvolto anche Antonio Laurendi, il quale, in ragione del luogo della sua abitazione, avrebbe potuto conoscere il Bullace ("Oggi vedo a Totò, intanto, e vediamo un attimino...";"Vabbè Totò abita lì e lo sa..").

Per gli inquirenti è particolarmente significativo il fatto che Pietro Toscano non si ponesse neanche il problema di sapere se Bullace fosse legato ad una cosca della città, circostanza che non gli avrebbe comunque impedito di intercedere ("Con chi è.. con chi non è..."). Toscano, anche per un professionista come CRIACO, rappresenta una figura alternativa agli apparati dello Stato a cui rivolgersi in caso di aggressione altrui. Era lo stesso Criaco, durante il suo racconto, a prospettare l'alternativa tra il rivolgersi alla polizia, rischio però di-essere comunque gravemente malmenato ("Oppure oppure mi dovevo prendere_ _ le botte così arrivava la polizia"), e il chiedere aiuto a Pietro Toscano ("così arrivava la polizia ed io ero stato aggredito .. Gli dovevo fare queste cose qua... Per cui ho detto "va bene lascia che vada da ...inc... e torno lì voglio vedere". Anzi per dire la verità ho detto io... passo prima da Ravagnese, vedo se lo trovo lì e poi , poi ho visto aperto qui e ho detto "lascia che mi consigli con Pietro ..inc...").

Insomma, una dinamica di 'ndrangheta pura. Quella di prossimità, quella che si sostituisce allo Stato e a cui strizzano l'occhio non solo le frange più marginali della popolazione. Pietro Toscano, quindi, rassicura l' ing. Criaco dicendogli che si sarebbe informato, tramite Antonio Laurendi, in merito a chi fosse quel Peppe Bullace ("Intanto io ora parlo con Totò vediamo un attimino"). Intenzione di Toscano, per come emerge dalle sue stesse parole, era quella di andare a parlare con Bullace, definito "pezzo di merda", facendo valere insieme a Antonio Laurendi il peso del loro nome e rappresentandogli che aveva minacciato la persona sbagliata ("gli dico "ma tu hai minacciato a questo, pezzo di merda... ci vediamo lì a che pro? Se non sai chi è? Chi non è? Perchè è architetto e tu... eh... tu non è che ti puoi permettere il lusso di minacciarlo... prima guarda chi sono le persone" Comunque in ogni caso, io ora parlo con Totò e vediamo un attimino e andiamo a trovarlo a questo").

Un rapporto di do ut des: una volta affrontata la questione relativa a Bullace, l' ing. Criaco si offriva di aiutare Pietro Toscano per il rilascio delle autorizzazioni in vista della imminente apertura della nuova ditta "Croce Amaranto" ("Se hai bisogno di qualche autorizzazione mi fai sapere ...qualche altra cosa"; "Non hai... non devi presentare..."). Uno scambio di favori tra il privato cittadino e il boss - che nel caso di specie, di fatto, si sostituiva alle forze dell'ordine, a cui l'ing. Criaco si sarebbe potuto rivolgere - rappresenta il tipico fenomeno mafioso che si verifica allorquando un clan assume il controllo del territorio. Così come garantito all'ingegnere Criaco, Pietro Toscano informerà Antonio Laurendi di tutta la vicenda. Non appena Toscano finisce di ragguagliarlo sull'accaduto, Antonio Laurendi riferisce che avrebbe incontrato Bullace per dirgli di desistere da qualsiasi pretesa nei confronti dell' ing. Criaco ("Intanto.., intanto gli faccio telefonare per dirgli di vederci, ci incontriamo per dirgli di lasciarlo stare ...inc... queste cose, litigare, litigare"). In particolare, Antonio Laurendi aveva intenzione di avvertire Bullace del pericolo che qualche autovettura potesse essere incendiata ("Però è bene che gli si dica... perchè se gli bruciano qualche macchina che facciamo?").

E' evidente il riferimento di Laurendi all'attività lavorativa di Bullace, di professione carrozziere, e quindi alle autovetture dei clienti, il cui danneggiamento gli avrebbe arrecato un danno ingentissimo - diretto e indiretto - laddove non avesse desistito dall'avanzare altre richieste all' ing. Criaco.

E i due sono coscienti del peso criminale rivestito su quei territori. Lo stesso Toscano è dell'idea che Bullace non si sarebbe permesso di minacciare Criaco laddove questi gli avesse fatto subito il suo nome ("No, perchè lui gli ha detto "ora sono qui in ufficio" non gli ha detto "vado da mio cugino.. da Pietro ...sono qua da mio cugino '"). Una mano lava l'altra, soprattutto per gli "amici". Questa parola è pronunciata da Laurendi, quando, alla fine della conversazione afferma che avrebbe incaricato il figlio di riferire a Bullace l'ing. Criaco è loro amico e che quindi avrebbe dovuto desistere da qualsiasi richiesta di restituzione del denaro ("Eh ora gli dico a mio figlio Nino, che ha il numero, di chiamarlo e di dirgli che è amico nostro e... di finirla").